La storia di Mariantonia Samà

mercoledì 10 agosto 2016

2. Un Crocefisso vivente

Un Crocefisso vivente per 60 anni
MARIANTONIA SAMA (1875-1953)
"La Monachella di San Bruno"

di Don Gerardo Mongiardo
Cenni biografici

La casa natale, dove è sempre vissuta (12 m.q)
La stella di Mariantonia Samà ap­pare nel firmamento della Storia, alle ore 21,15 del 2 marzo 1875, nel Lembo di cielo di S. Andrea, cittadina su trono collinare che si affaccia sul nostro Jonio mare, qual terrazza inondata di sole.
L'ingresso di Mariantonia nel mon­do è fortunoso.
I1 battesimo le è amministrato con urgenza, in casa, dalla Levatrice Mariantonia Calabretta; l'Arciprete Don Peppino Calabretta, nella chiesa Matri­ce dei SS. Apostoli Pietro e Paolo, deve solo supplire delle cerimo­nie del sacro rito.
Mariantonia non è ancora nata e già è orfana. II padre è tra­montato immaturamente nel suo 34° anno di età.
La madre, Marianna Vivino, bassina rubiconda, vestiva abi­to lungo e, scudo al seno, la "pettiera" bianca, tipica del costume calabrese e quasi moda del primo novecento.
Sindaco del tempo è Paolo Dominijanni.
L'Italia è appena uscita dal travaglio del parto dell'Unità Na­zionale (1861) e tra i primi atti di assestamento occupa e proclama Capitale dell'Italia quella che era stata la Roma papale.
La "Legge delle Guarentigie" (13.5.1871) non è ritenuta giu­sta e dignitosa dal Papa; e Pio IX, in protesta, si chiude "prigionie­ro" in Vaticano.
Le tappe di vita della giovane Italia sono disseminate di guerre, di morti e di lutti, dalla conquista della Libia (1911) alla Seconda Guerra Mondiale (1939-44). Ciò va tenuto presente per capire un'angolazione della vita di Mariantonia, crocifissa nel suo letto ma nello stesso tempo inserita nel tessuto delle vicende umane.
Quello che accoglie Mariantonia è il secolo XIX, il secolo dei "Lumi", in cui sorgono e si rafforzano Sette pseudopolitiche e pseudoreligiose che, nel sogno di totale eversione, affermano come programma e traguardo la laicizzazione della società camuffa­ta da paludamento filantropico. Al Satanismo, che penetra nelle pieghe della nuova società, si aggiungono i fasti dell'abissale liturgia delle "messe nere".
Pio IX (1846-1878) scorge 1'assalto di Satana nel diffondersi di una tessitura di errori che lo spingono al crivello dottrinale del "Sillabo" (8.12.1864) (scambiato come condanna del liberalismo patriottico), e nell'incameramento dei beni temporali della Chiesa da parte di quasi tutti gli Stati Europei.
Leone XIII (1878-1903), il Papa dei tempi in cui si affaccia Ma­riantonia Sama, preoccupato dell'espandersi e degli effetti del Sa­tanismo nel mondo, con una serie di encicliche, richiama ai Catto­lici la potenza del Rosario e, con 1'Esorcismo contro Satana, eleva ogni padre di famiglia ad esorcista del proprio focolare.
La fanciullezza di Mariantonia si snodava nella semplicita di vita cristiana, come per le altre coetanee, alla scuola della madre. In quei tempi di civiltà contadina, in cui il campicello era fon­te di vita, la ragazzina di 12-13 anni seguiva la madre in campa­gna. Nel ritorno da un appezzamento presso il fiume "Salubro", dopo una tappa riposante in zona "Briga", Mariantonia si manife­stò come invasa dal demonio. Si ripetevano tutte le stranezze degli indemoniati del Vangelo. La mite giovinetta divenne bestemmiatrice e iconoclasta; da pura e cristallina si fece scurrile nel linguaggio; da raccolta e pudi­ca esplose in esibizionismo nudista. Al suono delle campane che, dalla Matrice, dominano il suo cubiculo, il demonio che ne aveva preso possesso, quasi sotto il maglio del sacro, si perdeva in acrobazie straordinarie e in capi­tomboli che sembravano mortali.
Per evitare l'increscioso spettacolo si ricorse a diverse misure: isolarla in casa, costringerla a vesti di garanzia. Tutto inutile. Si fece ricorso a mezzi spirituali e a fervorose benedizioni: i sa­cerdoti di S. Andrea, i Minori di Badolato, tutti dovettero arrendersi. C'era a quei tempi, in agro di S. Andrea, la Baronessa Enri­chetta Scoppa che, credente e fiduciosa in una soluzione con mez­zi spirituali, pensò di mandarla per un esorcismo ai Venerati Padri Certosini di Serra S. Bruno.
La ragazza, posta in lettiga, venne assicurata sul fondale di un carro tirato da buoi, e così la carovana del dolore - Satana intruso e traguardo la speranza - partì.
A dichiarazione degli accompagnatori, a noi pervenuta per orale tradizione, la giovinetta, a volte, acquistava il peso di quinta­li, a volte si rendeva leggera come piuma.
Satana avvertiva, lungo il viaggio, la presenza di Maria, pre­sente nelle tante Icone sparse nelle campagne, e, riottoso a prose­guire, si perdeva in schiamazzi indescrivibili.
In un meraviglioso ambiente naturale, nell'area centrale di S. Maria del Bosco, a Serra S. Bruno, c'è un "laghetto": nelle sue ac­que, quasi gelide, S. Brunone di Colonia, Fondatore dei Certosi­ni, di quando in quando vi si tuffava per spegnere gli ardori della carne.
Come Atto Primo della drammatica cerimonia, Mariantonia venne tuffata in quelle acque, santificate da quel grande asceta. E fu nulla. Non si trattava di spegnere gli ardori di una passione, ma di vincere e scacciare il demonio. A questo punto il Religioso Certosino, designato a eseguire 1'esorcismo, intervenne. Un dialogo tra potenti: secco, grave, breve. I1 religioso intimò allo spirito maligno di uscire ed egli ubbidì. Ma protestò: «La lascio viva, ma la lascio storpia». E uscì, lacerando la camicia e sbuffando come un'ondata di fumo. Mariantonia corse ad abbracciare il simulacro di S. Bruno che, durante 1'esorcismo si faceva scuro e, con la comitiva che 1'avea accompagnato, tornò a S. Andrea, prima dalla baronessa Scoppa per esprimere la propria gratitudine e poi, in paese, in Pian Castello, a casa, all'imbocco di via Cassiodoro. La giovinetta riprese la sua vita normale. Per una manifestazione di artrite alle ginocchia, fece cure di sabbia infocata di sole, ma la cura le fu fatale. Si mise a letto con le ginocchia contratte a mo' del Crocifisso, e cosi rimase per tutta la vita. Da qui inizia la passione, il calvario di Mariantonia; e da qui si snoda la sua missione.

La Casa: calvario e cattedra

Dal Pian Castello, dopo il percorso di pochi metri, in un vico­letto largo circa un metro, ci si imbatte in una porticina che im­mette in una stanzetta.
Appena entrati, a sinistra, una scala a pioli poggia la parte su­periore su una spalla dell'abbaino, al livello del tavolato che costi­tuisce il cielo della stanza.
II sottotetto, alla cuspide, è alto un metro ed è arieggiato da una finestrella di cm. 50 x 60.
Nell'angolo, in fondo, a destra, un letto dalle dimensioni ri­dottissime, costituito — come si usava in sereni tempi di civiltà contadina — da un pagliericcio (il "saccone"), gonfio di pannoc­chie di granturco, retto da due cavalletti di ferro ("i travacchi"), sui quali delle tavole formavano un piano. Nel pagliericcio, a ubicazione dovuta, un buco, come in una grande ciambella, atto, con sottovaso permanente, a soddisfare i bisogni del corpo. Di fronte al letto, a destra di chi entra, una finestrella di cm. 50x60. Sotto il davanzale della stessa, è ricavato uno stipetto aperto, diviso da una scansia; e sul davanzale, prospiciente sul vico stret­to, sempre pronto a spegnere momentaneamente la sete, "u bum­bìli" (un artefatto di figulinaio paesano -1'argagnaru -, in ter­racotta). Nell'angolo, ai piedi del letto e accanto alla finestrella, un ca­mino dal pianerottolo ridottissimo dove, quando la Provvidenza non provvede dall'esterno, una casseruola o una pentola, nella bollitura, gorgogliano di gioia, quasi coscienti della destinataria del desinare in preparazione. Nell'angolo a destra di chi entra, una seggiola intrecciata di saggina, su cui fa mostra di sé una bacinella; e, a terra, un grande recipiente di creta ("a limba") dove versare l'acqua già usata.
Mobili: un tavolinetto (a buffetta), tre-quattro sedie: una, ai piedi del letto per chi ricorre a Mariantonia nella tessitura di tutti i problemi che le vengono proposti; 1'altra, nascosta, per chi 1'accu­disce; le rimanenti, sempre disponibili per visitatori in gruppo che non mancano mai.
Nel 1909 Mariantonia perde anche la madre. Si affaccia acuta la soluzione per l'assistenza.
Eroine di carita, in una vita-servizio per quel crocifisso viven­te, si avvicendano negli anni: Vittoruzza "da lattara", allora famo­sa centenaria; poi, Maria Loiero; più tardi ancora, Marannuzza "e Marcella"; e quasi sempre presenti le sorelle "Colino": tutte dedite a servizio, in semplicità e fervore, convinte di servire in Mariantonia una santa, giannizzeri umili e contegnosi a custodia e sostegno dell'oracolo-Mariantonia. La necessaria permanente presenza di un'altra persona e la garanzia di reciproca riservatezza, spinse a dividere la stanzetta in due scompartimenti.
Da tanto trono, angusto e glorioso, degno di stare accanto alla Grotta di Betlem, un corpo inabile e un'anima sempre vigile evan­gelizzano il mondo che a lei accorre e ricorre. Cose d'altri tempi, ma eloquenti ancora! Intanto, al lievito di Dio, Mariantonia cresce, come Gesù, in età, sapienza e grazia.E la scoperta quotidiana della sua crescente sapienza richia­ma, lentamente ma continuamente, anime e anime, bisognose o desiderose di grazie e di luce.

Sorgenti di vita
Dinnanzi a una giovane vita inchiodata su un letto, come su una croce, si è tentati di credere che la sua esistenza fosse inerte anche spiritualmente e che le radici della vita spirituale si inari­dissero con lo scorrere del tempo. E, invece, no. Impotente a operare in modo diverso, Mariantonia elevò a missione la sua sofferenza. Traspariva dal suo comportamento l'esercizio dell'ascesi cristiana in tutti i gradi: l'accettazione, il gusto, l'offerta della soffe­renza a Dio.
I sacerdoti che la frequentavano - Don Luigi Samà, di santa memoria, e Don Bruno Cosentino, che 1'assisteva spiritualmente e, in qualche modo, anche materialmente - assicuravano che lei aveva manifestato di soffrire e offrire per riparare le offese al S. Cuore di Gesù, per rendere fecondo 1'apostolato dei sacerdoti, per ottenere grazie a vicini e lontani che, fiduciosi, ricorrevano alla sua mediazione presso Dio.
II tono mistico era dato alla casa-tugurio da un Crocifisso, ap­peso sulla parete a capo del letto, che troneggiava su tutto. Era il Maestro che in quella casa teneva cattedra, con una di­scepola attenta e generosa. Era lo specchio di Mariantonia. La sua spiritualità era nutrita dell'Eucaristia che Don Bruno Cosentino le portava al suono del mattutino, ogni giorno, tranne quando - raramente - non si sentiva disposta.
La sua intimità con Cristo, il sentire in Cristo, il sentirsi una cosa sola con Lui Crocifisso, si rivelava nella fase del ringrazia­mento dopo la Comunione. I1 suo rapimento mistico era tale che spesso l'unione con Cristo - Luce da Luce - diffondeva luce nel­la cameretta che veniva illuminata a giorno, mentre la lucerna e più tardi, la lampadina, era spenta.
Dormiva sul pagliericcio, senza lasciar trasparire sul suo vol­to, quasi di lucida cera, la minima sofferenza, causata sia dagli ac­ciacchi fisici che dalla permanente posizione - per 60 anni! - delle ginocchia alzate, che impedivano al suo corpo qualsiasi mo­vimento.
«Non è mai uscito dalla sua bocca un solo lamento, nota, con finezza, Dora Samà Dominijanni. Forse erano momenti di dolore quelli in cui esclamava: «Mio Dio e mio Tutto»!
Uno scialletto, che dalla testa scendeva sulle spalle, mostrava, come fa una fenestrella, il volto, da metà mento a metà fronte.
Il suo volto si rattristava quando le persone visitatrici aggiun­gevano, in sua presenza, qualche critica durante la conversazione.
In quei momenti, fissando il Crocifisso, profferiva queste parole: «Quanto soffre quel buon Gesu!», espressione che altri ricor­dano come quel bel Gesù» («Chighru bellu Gesù»).
A pensarci, oggi, con serenità e attenzione, la vita di Mariantonia riproduceva, in armonica tensione, la vita di Gesù Crocifis­so. Durante la Quaresima d'ogni anno, infatti, Mariantonia, rivi­vendo l'avventura salvifica dei 40 giorni nel deserto, viveva quasi in agonia e né parlava, né si nutriva. Nello stesso tempo liturgico, nel medesimo arco di tempo, e in modo più appariscente, gli stessi fenomeni, come in Mariantonia Sa­mà, si verificavano in Suor Elena Aiello, la "Monaca Santa" di Co­senza, e in Natuzza Evolo di Paravati di Mileto: un triangolo sacro di "passione" e di salvezza. Solo dopo Pasqua - alla luce del Cristo Risorto - le sue con­dizioni andavano migliorando e, dalla Comunità andreolese, preoccupata per il fenomeno, si levava allora un coro di ringrazia­mento al Signore, per averla lasciata ancora in vita.

La comunità e Mariantonia

Il paese di sant'Andrea Ionio (Catanzaro)
La carità fraterna e solidale della popolazione andreolese, e di quanti 1'apprezzarono all'interno e all'estero, non le fece mai mancare il necessario. Specie nei primi tempi del suo inchiodamento a letto, manda­va a lei sostentamento la Boronessa Enrichetta Scoppa che, fin dall'episodio dell'esorcismo, la teneva sotto la sua protezione. Nella mentalità delle famiglie di quella civiltà contadina era subentrata la convinzione che, ricordarsi della Monachella di S. Bruno, era gesto di nobiltà cristiana e civile; era come averla in un posto a tavola. Era riservata a lei la prima focaccia (a pitta) ancora calda, la prima pietanza del giorno festivo, armonizzata in un giro di gene­rosità; quasi il tributo di una decima a Dio che operava in Lei. Ed anche olio, uova, frutta, qualche dolce. Tante brave persone, in pellegrinaggio ininterrotto, andavano a trovare Mariantonia in una specie di gara di solidarietà. Spesso erano dei bambini, guidati alle buone azioni, che si ac­compagnavano ai grandi nel visitare la "monachella di S. Bruno", o venivano mandati per essere educati alla carità. Si verificava che, in certi periodi dell'anno, il gettito della cari­tà fosse così abbondante che la Monachella, da punto di ricezione, si trasformasse in punto di irradiazione.
Era noto che Mariantonia - avendo nel sangue il paolino «la carità non cerca i propri interessi» - desiderava che, di quello che a lei era donato, si trattenesse lo stretto necessario per e per chi l'accudiva, e il resto si dispensasse ai poveri. Come nella scena de "I Promessi Sposi" del Manzoni (Cap. III), Fra Galdino cantava che «la carità è come il mare che riceve acqua da tutte le parti e la torna a distribuire a tutti i fiumi», così il Sacer­dote Don Bruno Cosentino, che la curava spiritualmente, dispo­neva, nel modo più discreto, per la cerchia dei poveri che - in quei tempi - apparivano. Girava voce (erano i tempi tristi dagli anni 30 agli anni 40!) che lo stesso D. Bruno Cosentino, industrioso amministratore del Seminario Regionale "S. Pio X" di Catanzaro, destinasse qualcosa anche a quel Seminario. Per Mariantonia trionfava il vanto di Paolo: «poveri, ma faccia­mo ricchi molti; gente che non ha nulla e invece possediamo tutto» (2 Cor.6,10). Anima nobile, formata alla scuola interiore di Cristo, sentiva il peso di chi riceve e la gioia di poter ricambiare. I1 dono ricevuto ridiventava dono per altri: la si rendeva felice quando si accettavano delle melagrane che lei offriva, scusandosi di non disporre di altro da dare.
Sarebbe però riduttivo ritenere che le visite avevano solo lo scopo di una presenza o di un dono materiale. Ad essa, come a limpida sorgente di santità e di purezza, si andava per ricevere lu­ce e consolazioni spirituali. La Parrocchia di S. Andrea Jonio, fino a poco oltre la Seconda Guerra Mondiale, era una fortezza di santità e di preghiera, che aveva dato alla Diocesi una schiera di sacerdoti e di vocazioni reli­giose, e si reggeva su un triangolo operativo: Padri Liguorini, Suo­re Riparatrici, Oratorio. Dalla parte del "Convento" dei Padri Liguorini, formato da venerati apostoli delle Missioni Popolari, come P. Lucia e P. Conca, P. Grimaldi e P. Santonicola senior, anime legate nell'apostola­to della Preghiera, a gruppi, frequentavano Mariantonia Samà per continuare le conversazioni spirituali dei Santi Padri e "vedere" cosa diceva "a monachegghra". Dal focolare delle Suore Riparatrici, ove era fiorente 1'Asso­ciazione de "Le Figlie di Maria" e quella de "Le Madri Cristiane", suscitate dall'estro entusiasta e devozionale di Madre Pia, coadiu­vata, anch'essa, dal Sac. D. Bruno Cosentino, c'era più che un'esortazione, una voluta spinta a visitar la monachella per at­tingere purezza e amore di Dio. Dalla palestra dell'Oratorio di S. Maria in Arce, ove da piccoli si era iniziati alla fede, uomini, da soli o a gruppi, come si usava, si sentivano spinti ad andare per "sentire" la monachella di S. Bru­no. Non di rado mamme, d'intesa con la monaca santa, mandava­no le figlie, col pretesto di un dono qualunque, per avere in con­trodono una buona parola.
Parlare con Mariantonia e di Mariantonia era discorso del giorno, era aspirazione e privilegio. E si rimaneva - a riconoscimento universale - letteralmente presi ed edificati quando esortava a fare la volontà di Dio, base della nostra santificazione. Si usciva sereni e consolati quando esortava ad accettare le sofferenze, perché chi parlava metteva il suggello della sua vita quotidianamente vissuta. S'infocava quando, come ultima "ratio", esortava a invocare lo Spirito Santo per la soluzione di ogni problema. Chi scrive ricorda che, nel periodo estivo 1927-1938, quasi ogni giorno, dopo la funzione serotina alla Chiesa Matrice, preti e seminaristi si dividevano a turno in due gruppi, la visita alla mo­naca santa o la visita-passeggiata al Cimitero.
Mariantonia Samà era Maestra e luce per tutti: forse è questo il perno e la motivazione più nascosta ed elevata della sua missio­ne e della sua grandezza: faro di santità per un popolo che girava intorno a lei come a centro di vita spirituale. Le Suore Riparatrici del S. Cuore, di stanza nella Casa donata loro dalla Baronessa Scoppa (Suor Clarice con Suor Benita, o Ma­dre Pia con Suor Innocenza), a date fisse, ogni settimana, con squisito senso di carità - quasi servissero lo Sposo-Cristo - cura­vano 1'igiene intima di Mariantonia e la pettinatura dei capelli.
Una storia di sofferenza e di miseria, «vissuta nella carne, nel­la fede al Figlio di Dio», che fa vibrare la realtà delle Beatitudini (Gal 2,20). Fu fonte di speranza per anime in pena o lancinate dal dub­bio, specie in tempi di guerra, circa la sorte dei soldati o il ritorno dai campi di guerra o di prigionia. Andare da Mariantonia non era vezzo o curiosità; era sentire, attraverso lei, il peso di Dio nelle vicende umane. Nelle famiglie andreolesi divenne punto programmatico ob­bligato, dopo consulto familiare, passare da lei per sentire cosa di­ceva o come la pensava la "monaca santa": per 1'avventura migra­toria di fine secolo XIX e inizio del XX e dopo la seconda guerra mondiale, per luce e consiglio su un affare da intraprendere o per la valutazione di un avvenimento personale, familiare, comunita­rio. Chi andava da Mariantonia era convinto che la sua era la voce di Dio. Intorno a lei si era formata una Comunità sacra in cui il civico e il parrocchiale venivano a trovarsi fusi. Chi scrive ricorda, come un puntino nel buio dei primi lustri di un secolo, il giorno in cui la Mamma lo condusse dalla Mona­chella di S. Bruno, per assicurarsi che l'entrata in seminario era veramente chiamata di Dio. Seduta ai piedi del letto, tenendolo per mano, interpellò e l'oracolo rispose. Uscendo fuori, la Mamma, gioiosa, esplodeva: «Gerardino, il Signore ti vuole». E cosi Gerardino entrò in semina­rio. Mariantonia aveva un suo modo particolare di colloquiare. Ascoltava, poi seguiva una parentesi di silenzio. I suoi occhi si fissavano in alto o verso Gesù Crocifisso (come se tutto vedesse in Dio!); poi comunicava (quasi un responso!).
Faceva da monitor di Dio, da ricetrasmittente della verità delle/sulle cose, trapiantate nel terreno della fede. Occhi in alto, come leggesse qualcosa, stillava dalle labbra, con un fil di voce o con tono, a volte, timbrato, quasi sempre con soave dolcezza, parole che consolavano, sorreggevano, come que­ste:
- «Abbi fede! Abbi fede! Abbi fede!»
- «Sta tranquillo/a: quel bel Gesù ha tante cose da dispensare».
- «Dormi, dormi: non a tempo. Quanto attendi, arriverà»
Chiunque andava da Lei, tornava rasserenato. Faceva proprio ogni dispiacere del prossimo. Era sempre pronta a dare consigli: incoraggiava a sperare, ad avere molta fede nei momenti di sconforto e - soprattutto - a fare la volontà di Dio. Questo tocco è dell'insegnante Dora Samà Dominijanni che la frequentò fin da giovinetta. Non solo gli avvenimenti personali ma anche quelli comunitari erano tutti filtrati dalla sua anima: pace o guerra o calamità natu­rali.
Durante la Seconda Guerra Mondiale (come già in quella di Abissinia o di Spagna) era quasi un pellegrinaggio alla monachel­la per avere notizie sui propri cari sparsi su tutti i fronti. Parlando, mostrava di seguire i giovani soldati giorno dopo giorno, perché a volte cambiava notizia da un giorno all'altro per avvenimenti nel frattempo verificatisi. I1 panico che ne venne, dopo un annunzio di morte, fu tale da spingere Don Bruno Cosentino a esortarla a maggior cautela nel predire o preannunziare avvenimenti e morti. Quando, nel 1943, passavano dal Litorale Jonico i Tedeschi in ritirata verso il Nord e una Flotta Alleata sbarcava tra Locri e Cro­tone, i fascisti s'imboscavano per timore di rappresaglia: tanti si rifugiavano nelle campagne. La "Monachella di S. Bruno" rassicurava tutti a rimanere in paese perché nulla di violento sarebbe successo. E cosi avvenne. I Tedeschi si dileguarono senza lasciare dietro di sé, come altrove, distruzione e morte, e gli Anglo-Americani, liberatori e osannati, si sedettero, quasi appollaiati, sulla gradinata di "malaìra", accanto alla sede municipale di allora. Gli Alleati fraternizzarono con gli andreolesi: per il loro com­portamento, pacifico e liberante, furono osannati e rifocillati. Nel terremoto del 1947, mentre tanti si rifugiavano nelle ca­sette rurali ("i casiegghni") sparse nell'agro andreolese, Marianto­nia esortava a tornare tranquilli a casa perche il Signore, il suo bellu Gesu aveva usato misericordia.
Nel 1951, una tremenda alluvione aveva dissestato le campa­gne e la grave avversità aveva talmente inzuppato uomini e cose che molti si trovarono affetti da pericolose bronchiti. Chi ebbe cara la vita e viva la fede, fece a Lei ricorso e guarì per incanto. Mariantonia, come Mose sul monte per il popolo eletto, fu un parafulmine per tutta la Comunità andreolese. La sua presenza allora e il suo ricordo oggi son sicuro riferi­mento di orientamento spirituale e storico.
E' morta la Santarella!

Una apoteosi corale
La monachella veggente, cui il Signore - a suo dire - parlava coi sogni è prossima a raggiungere il suo "bello Gesù"'. Sarebbe interessante un raffronto tra agonia e morte di Gesù e quella di Mariantonia. Dalle testimonianze, queste le fasi e la sintesi. L'ultima settimana della sua vita, ha sofferto molto di un forte calore in tutto il corpo. II 27 maggio 1953, nelle prime ore del mattino, oppressa da un malessere insolito e grave, «mi sento male - disse - oggi muoio». Chiese un po' d'acqua, ma non volle bere. Qualche ora d'angoscia, durante la quale rispondeva ai circo­stanti con voce sommessa e chiara! Dopo circa dieci minuti di si­lenzio, ha emesso alcuni forti respiri, ansimante, come chi si sente oppresso il petto. Nell'ultimo di questi respiri, spirò. II tempo scandiva i rintocchi delle prime ore del 27 maggio 1953. Mariantonia ha raggiunto il suo bel Gesù. I1 viso rimane candido e le carni morbide. Come a Padova, alla dipartita di S. Antonio, echeggiò di boc­ca in bocca «E morto il Santo! E morto il Santo, così alla morte di Mariantonia, volò di labbro in labbro:           morta la santarella! morta la santarella! (U signuri sa pigghiau 'a santarera!).
Come le donne del Vangelo presero il corpo di Gesù e lo av­volsero in bende, e Giuseppe prese il corpo di Gesù e lo avvolse in un lenzuolo, così le Suore Riparatrici del S. Cuore fecero per Mariantonia. Esse che, programmaticamente, la visitavano come facesse parte della loro Comunità (tanto che molti, specie all'estero, la chiamavano «Suor Mariantonia Sama»), andarono a purificarla per 1'ultima volta e a vestirla come una della loro associazione delle "Figlie di Maria": abito bianco, fascia celeste, nastro con meda­glia di Maria pendente sul petto. Più volte s'è provato a stendere le sue membra contratte ma esse, bloccate dalla staticità di circa 60 anni, tornavano nella posizione di prima. E così furono lasciate. Mariantonia, sull'umile lettuccio di sempre, sembra un croci­fisso vestito di bianco. Calvario e altare fu per lei il suo letto; sacerdotessa e vittima, lei stessa. Nel pomeriggio del 27 maggio si svolsero le esequie.
Due voci ne tessero le lodi: una sacra, dell'Arciprete del tem­po, che inneggiò alla santità sbocciata sul ceppo della Croce; 1'al­tra, laica ma cristiana, del neo-Sindaco del tempo, il farmacista Don Andrea Samà, che s'integrò alla prima nell'esaltazione del sa­crificio lungo, paziente, santificante di chi era tornata alla Casa del Padre.
Una fiumana di gente accompagnò la salma al Cimitero Co­munale di S. Andrea, dove fu collocata nella Cappella delle Suore. I prodigi non erano finiti. La bara era stata lasciata aperta: a chi andava per porgerle 1'estremo saluto - quasi a rispondere al cortese pensiero - apriva gli occhi. Si sparse la voce. La gente, per curiosità o per devozio­ne, a frotte tornò al cimitero: era vero, ogni tanto apriva gli occhi.
Segno arcano o illusione di veder muovere gli occhi sotto le palpebre non completamente chiuse? I1 popolo che crede non va per il sottile: si scatenò la febbre del "ricordo della Santa".
La gente tagliuzzò capelli e indumenti: furono reliquie sparse dovunque come semi di benedizione nei solchi della Comunità andreolese. Un brivido di profonda emozione percorse in ogni angolo la Comunità. Racconta Maria Caterina Arena: «Dopo la morte di Mariantonia, andai al cimitero. Nel baciarla notai che la pelle era cosi morbida che sembrava essere ancora in vita. C'era vicino Ciccillo Cento (il pasticciere galante, l'amico si­gnorile e affettuoso) che, dopo averla baciata, usciva in queste parole: «Beato chi muore dopo di te!» II beato era lui. Tornato a Ca­sa, Ciccillo s'accasciava per associarsi alla beata sofferente». La tumulazione avvenne la mattina del 29 maggio 1953. Furono presenti due persone: un sacerdote e i1 medico sanitario. Nella parte sinistra del collo osservarono una macchia bruna e un rigonfiamento che denunciavano 1'effetto dell'arresto circolatorio. Nella Cappella Cimiteriale delle Suore Riparatrici un'epigrafe la ricorda come chi «visse e morì per amore». Come nel Libro della Sapienza (3,1-9) «Dio 1'ha provata e 1'ha trovata degna di sé; 1'ha saggiata come oro net crogiolo e 1'ha gra­dita come un olocausto… Nel giorno del giudizio risplenderà ... perché grazia e miseri­cordia sono riservate ai suoi eletti».
Quello degli occhi che si muovevano non fu il solo segno. La stanzetta in cui visse e morì fu vista illuminarsi a giorno anche dopo la morte. Spesso Mariantonia premia i suoi visitatori facendo sentire, soffuso nell'aria della sua "casa", un profumo fisicamente fine e spiritualmente distensivo e consolante. La convinzione che Mariantonia sia una santa rimane nella mente e nel cuore di chi la conobbe, di chi ne sentì parlare, di chi poté godere della sua intercessione. Tutti son concordi nell'affermare che è vissuta da santa e tale meriterebbe essere dichiarata ufficialmente; tutti ribadiscono un argomento: basterebbe soltanto notare che per 60 anni è stata martire in quel letto senza mai emettere un lamento e senza fare piaghe di decubito.
Dopo il ritorno di Mariantonia al suo "bel Gesù", il Maestro Rosario Mongiardo, ammiratore e profondo credente, stampò e diffuse in Italia e all'estero una pagellina con nel frontespizio l'unica immagine di Mariantonia, scattata a sorpresa e quasi a tra­dimento della sua disposizione. A questa pagellina si annodano tutte le grazie che a Lei si attri­buiscono. Lo sforzo della presente ricostruzione biografica mira al medesi­mo traguardo: presentarla come modello di vita sulla cattedra del dolore e accendere la scintilla del traguardo della glorificazione.

19. Guarigione della giovinetta di S. Andrea (1904)




GMGB -  Guarigione della giovinetta di S. Andrea:  Saggio del racconto  della guarigione d’un’ossessa attribuita al nostro padre san Bruno.

Sant’Andrea Jonio, luglio-agosto 1904, fotocopia, Guarigione della giovinetta di S. Andrea[1] (Serra San Bruno, Certosa, Archivio Certosa Serra San Bruno, fascicolo n. XXVI; Allegato alla Copia Pubblica, presentato dalla Commissione storica).

Verso l’anno 1894, mese di giugno, essendo Rettore il Padre Don Pio Assandro[2], fu portata alla Certosa una giovinetta Maria Antonia Samà, fu Bruno e di Marianna Vivino, nata a S. Andrea sullo Jonio, di rimpetto e vicino al mare quasi di mezz’ora, sulla ferrovia, provincia di Catanzaro, diocesi di Squillace (Calabria) di popolazione all’incirca di 5000 abitanti, forse un po’ meno[3], tutti contadini non molto agiati. Maria Antonia aveva allora circa di 15 anni[4] di età ed era ammalata di 5 anni[5]. Costì fu benedetta ed esorcistata.
Ella racconta[6] che il P. Priore cogli altri Padri e con molta gente di Serra faceva preghiera innanzi a S. Bruno, la cui statua fu condotta presso la porteria, perché l’inferma giaceva nella cassa innanzi alla porteria.
Dopo alcune preghiere, l’inferma da sé si alzò dalla cassa e colle braccia spalancate si abbracciò alla statua di S. Bruno e si sentì meglio.
L’inferma assicura che, presente il P. Priore, vide apparire S. Bruno nella sua forma naturale ma (non)[7] in argento, aveva il volto allegro, e che immediatamente fu guarita. Ella gridò dicendo: San Bruno mi ha fatta la grazia e poi a tutti che la visitavano assicurava di avere veduto San Bruno e ricevuta la guarigione e così restò per circa due anni[8].
Dopo 15 giorni il P. Priore venne qui a Sant’Andrea a visitare l’inferma che trovò quasi sana: aveva portato un gran libro, di cui poi non se ne servì affatto ed era accompagnato dal sign. Barone di Giovanni da Jonio e da un garzone della Certosa. Alla Certosa fu accompagnata dalla madre Marianna Vivino e da quattro uomini che portavano la cassa e si chiamano: Antonio Mannello, Vincenzo e Giuseppe Lombardo, Antonio Frustaci. E vi era molta gente di Serra, uomini e donne. La cassa con tutti gli abiti fu bruciata alla Certosa lì per lì.
Le informazioni sulle date mi vennero date dal P. Superiore del Collegio dei Padri Redentoristi di sant’Andrea, a cui mi ero indirizzato e le ricevei dapprima il 12 di Luglio del presente anno 1904[9]. Ma come alcuni riscontri erano importantissimi di bel nuovo mi rivolsi all’istesso Padre[10], il quale ebbe la cortesia di  portarmi la risposta  nel giorno della solennità di Sant’Anna, accompagnatosi da due padri del suo Convento, il Padre Antonio di Corte del SS.mo Redentore e il Padre Salvatore di Corte del SS. Redentore.
Riguardo allo stesso miracolo ecco la narrazione del nostro barbiere De Francesco Giuseppe di Serra. Essendo sulle mosse di ritornare al paese, fattosi la barba a tutti, il P. Priore mi dice: Prendete il Santo Padre e portatelo alla porteria e quando ve lo dirò lo recherete presso l’inferma. Intanto il Padre Priore con la stola e un libro si fece innanzi all’ossessa e dopo qualche preghiera accennò a Giuseppe di portare il Santo Padre. Ma nell’aspettare il momento, proprio Giuseppe l’aveva messo  sopra un banco di pietra presso l’abbeveratoio (che oggi anche serve ai buoi) che era vicino alla cisterna ancora esistente fra la cappella delle donne e la torre del conte Ruggero (oggi ha 49 anni di età). Al segno del P. Priore Giuseppe afferra il Santo Padre. Ad ogni costo non poté né portarlo via né muoverlo. L’anzidetto busto, che pesa soltanto alcune libre, era sul momento un peso di forse ottanta Kili. Invano fa facendo sforzi per levarlo, e non potendolo, egli chiama a sé il Padre Priore, e tutti e due subito lo levarono, ma non senza fatica e lo portarono sopra un buffettino messo apposta davanti all’inferma sempre nella cassa. Era presente soltanto Fra Pietro, il portinaio (che è anche oggi) e Giuseppe. Se Maria Antonia ha detto nella sua narrazione al Rev. Padre Superiore (dei Redentoristi)  Don Carmine Cesarano che i padri della Certosa con molta gente erano presenti, questa non è una difficoltà. Lo spiegherò alla fine. Dunque Giuseppe che io sono andato a trovare nella calzoleria della casa, vicino alla cella nostra, (perché egli è anche calzolaio) un po’ prima delle nove, giovedì 28 luglio[11], mi diede una ripetizione della scena e accomodandosi subito sul pavimento, come se fosse nel letto, una sedia quale guanciale, le braccia stese lungo il corpo e le mani appresso a poco giunte. Ecco il santo Padre è presente: poco dopo l’inferma fece delle scosse colle mani e colle braccia e poi con tutto il corpo[12], ma poco tempo, e subito dopo s’alzò da se stessa e abbracciando il busto, inginocchioni, si sentì meglio[13]. Tutti i presenti commossi pregarono con essa, lodando Dio, pregando il santo Padre  per la grazia fatta alla giovinetta. Si può supporre che sull’istante vennero quivi gli altri padri, che erano Dom. Benedetto D’Errico, attuale custode di Firenze Napoli, Dom. Giovanni Antonio Cortì, procuratore, e un altro Padre, di cui non si ricorda il nome. Ma al mio parere credo che erano presenti soltanto il P. Priore e fra Pietro, e che l’inferma non sapendo nulla della Comunità ha potuto credere  e dire col vedere  due monaci: “i padri erano presenti”.
Riguardo alla gente di Serra che l’inferma ha detto essere presente, nessuno di Serra era stato fatto consapevole della venuta di quelle persone e, com’era proprio l’ora del pranzo, ciascuno lo prendeva in casa sua. Di modo che, fatto il miracolo, Giuseppe se ne andò piangente a casa sua e strada facendo diceva: il santo Padre ha fatto un miracolo; il santo Padre ha dato la grazia a un’ossessa; e subito la gente accorse affollata alla Certosa e vide anche la scena, e tutti inginocchioni pregavano accanto al santo Padre e alla giovinetta. Ecco come possono conciliarsi tutti e due i racconti. La cassa con tutti gli abiti furono bruciati quivi; e Giuseppe che vide gli avanzi del fuoco, assicura che il luogo era proprio contro il muro, vicino dov’è la cappella delle donne.
Appena la giovinetta arrivò a Sant’Andrea, la notizia della sua guarigione si diffuse nel paese; la gente si smosse e s’affrettò a visitare l’inferma di ieri. E a tutti ripeteva come San Bruno le aveva fatta la grazia. Maria Antonia fu dunque immediatamente guarita e così restò per circa due anni. Però dopo cadde nuovamente inferma, affetta da altre malattie[14], che la tengono immobile  a letto da circa otto anni. Il P. Superiore di S. Andrea nella sua lettera del 12 luglio scrive: E’ un fatto meraviglioso. Questa giovinetta di misera condizione che abita un bugigattolo, cioè una casa angusta, senza aria e priva di tutti i mezzi, si mantiene calma, serena tra i dolori dell’infermità e soltanto desidera ricevere Gesù Cristo spesso nella santa Comunione. Ogni volta che vado a riconciliarla assisto a uno spettacolo consolante di tanta conformità alla volontà di Dio[15]. 
La casa-bugigattolo


Ora essa conta circa 25 anni; per vivere è assistita dalle limosine[16] della baronessa Scoppa, dai Padri redentoristi e forse da alcuni altri.
Aggiungerò ivi che la sera del 26 di luglio, avendo accompagnato col padre Procuratore Dom. Giovanni della Croce, i padri di sant’Andrea a Santa Maria[17], il Padre Superiore, parlandomi della casupola che abitava la povera inferma, mi indicò sul suolo, sulla terra l’estensione che poteva avere quella casupola e credo che lo spazio non poteva oltrepassare 6 metri quadri[18].
Nell’ultima mia lettera al Padre Superiore unii per l’inferma un’immaginetta di San Bruno e ne fu contentissima. Ma essa volle di più e domandò una reliquia del santo Padre, per quanto fosse piccola. E come io avevo nell’oratorio della cella, fra altri, un piccolo reliquiario di legno, lo assegnai al Padre per l’inferma sua filiana e tanto fu la di lui soddisfazione, che possiamo già presentire la gioia della poveretta; ben presto lo sapremo.
Fin qui non abbiamo detto perché Maria Antonia venne portata alla Certosa dentro una cassa o piuttosto una bara. (Questo) avvenne perché, coll’essere ossessa, faceva delle scosse, aveva delle convulsioni[19] che avrebbero reso impossibile un viaggio tanto lungo. Ma durante il viaggio, di quando in quando, schiudevano la bara per domandarle se non le occorresse nulla ed essa rispondeva… “niente” e faceva gesti d’impazienza. E quanto più s’avvicinavasi alla Certosa, tanto più diveniva furiosa[20].  In S. Andrea il ricordo della guarigione non si dimenticherà più fino alla morte di Mariantonia, perché in quella borgata è chiamata l’ammalata di S. Bruno. Nella sua risposta, 8 agosto, il P. Superiore di S. Andrea dà le seguenti interessanti notizie: La madre dell’inferma mi riferisce che la figlia aveva 11 anni: e un giorno andando con altri parenti al mulino fu presa dall’ossesso[21] che la ridusse contratta e immobile per quasi un mese. Ma poi il demonio la molestò per circa sei anni in maniera orribile, strapazzandola e facendole pure pronunziare delle orrende bestemmie[22]. Non poteva prendere cibo se non a mezzanotte. Così poi si determinò condurla alla Certosa nel mese di giugno 1894. Prima di essere condotta costà, giaceva a letto[23] e la cassa fu usata soltanto per il viaggio alla Certosa. Il viaggio di andata fu fatto per la montagna, impiegandosi circa 8 ore; il ritorno si attraversò la via rotabile di Serra-Soverato. Rettifico la contraddizione osservata da cotesto barbiere. La madre della giovinetta mi asserisce che la comitiva che traportava la cassa con l’inferma giunse a Serra prima di mezzogiorno. Attraversando la strada, molta gente intenerita da quello spettacolo, seguì l’inferma alla Certosa, dove non fu trovato il P. Priore, ch’era uscito fuori. Stava per caso costì, l’Arciprete di Amaroni, che inutilmente volle iniziare gli esorcismi. Poi venne il P. Priore assistito da più Padri e cominciò le preghiere solite che durarono circa cinque ore e poi avvenne il miracolo.


[1] Abbiamo trascritto il documento per intero. Il racconto sembra una serie di appunti in vista della formazione di un volume sui fatti taumaturgici di San Bruno. L’autore è un certosino anonimo. È stato scritto nel 1904, a dieci anni dagli avvenimenti narrati, accaduti nel giugno 1894. Nel racconto vengono riportate notizie narrate da Mariantonia e dalla Madre, tramite il Superiore dei Redentoristi di Sant’Andrea Jonio, Padre Carmine Cesarano, nonché del barbiere della Certosa. Il documento è utilissimo anche per potere tracciare la cronologia degli avvenimenti. Il nome della giovinetta nel racconto è Maria Antonia Samà, mentre nell’anagrafe è Mariantonia Samà.
[2] Don Pio Assandro fu rettore della Certosa di Serra San Bruno dal 1891 al 1894.
[3] All’inizio del 1900 la popolazione di Sant’Andrea era circa 4.000.
[4] Mariantonia, essendo nata il 2 marzo 1975, nel giugno del 1894 aveva 19 anni e non 15.
[5] Prossimamente nel racconto è riportata la testimonianza della madre di Mariantonia che indica l’inizio della malattia della figlia a 11 anni. Per cui la giovinetta era già ammalata da 8 anni, prima di essere condotta alla Certosa.
[6] Il racconto di Mariantonia è riportato dal Superiore dei redentoristi di Sant’Andrea, che in quanto confessore di Mariantonia, l’aveva ascoltata sui fatti.
[7] Il “non” è cassato.
[8] A 19 anni ci fu la guarigione (o “miglioramento”, poiché subito dopo si dice che il Priore dopo 15 giorno trovò la fanciulla “quasi sana”). Questa durò due anni e poi ci fu una nuova malattia, i cui sintomi, però, erano simili a quelli della prima malattia. A 21 anni avvenne il nuovo allettamento definitivo.
[9] Il 12/07/1904 si può considerare la data del documento.
[10] Il Cronista Padre Certosino inviò al Superiore dei Redentoristi una seconda lettera, riportata in appendice di questo documento, datata 23/07/1904.
[11] La testimonianza di Giuseppe segue la testimonianza del Padre Redentorista del 26 luglio, giorno di Sant’Anna.
[12] Le scosse delle mani, delle braccia e di tutto il corpo indicano che la malattia di Mariantonia si manifestava con delle convulsioni.
[13] La guarigione sembra sia stata un miglioramento.
[14] Questo riferimento a “altre malattie” è generico. I sintomi della malattia precedente e della successiva sembrano identici.
[15] Questa testimonianza del 12/07/1904, quando Mariantonia aveva 29 anni ( e non 25),  è la prima testimonianza in assoluto delle sue virtù eroiche nel vivere la conformazione alla volontà di Dio, calma e serena, desiderosa di Gesù Eucaristia. La straordinarietà di queste virtù è espressa anche nell’esclamazione: “È un fatto meraviglioso”.
[16] Per tutta la vita Mariantonia vivrà di elemosine.
[17] Santa Maria è il luogo della Certosa, dove è il laghetto, san Bruno è morto e faceva penitenze.
[18] La casetta-tugurio è realmente di 12,6 m. q.
[19] In questo brano sembra che l’ossessione si esprimesse con le scosse e le convulsioni. È legittimo chiedersi se queste scosse e convulsioni non fossero espressioni di malattie neurologiche.
[20] L’impazienza e l’essere “furiosa” possono essere legate alla stanchezza e alla difficoltà del viaggio.
[21] I disturbi fisici neurologici in Mariantonia avvennero dopo che lei bevve in un acquitrino.
[22] Queste orrende bestemmie e gli “strapazzi” possono essere riferite sia a una possibile ossessione e sia all’immaturità di fede della ragazzetta che non riusciva a comprendere e dominare il suo malessere. C’è da dire che la bestemmia nel sud, soprattutto nei tempi passati, era comunissima, anche tra i credenti, nei momenti di agitazione.
[23] L’allettamento di Mariantonia era precedente il viaggio a Serra San  Bruno.